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Sono partito il 6 luglio per la Turchia, Istanbul.
Non ero spaventato per il viaggio, mia prima esperienza Lions, e neanche troppo eccitato ad esser sincero.
Piuttosto ero molto curioso, curioso di scoprire un mondo, una cultura che siamo abituati a pensare molto lontani e diversi.
Ebbene sono molto più simili a noi di quanto ci si aspetti. I turchi li ho soprannominanti calabresi: amano il piccante, sono chiassosi, caotici ma gentilissimi, se non mangi abbastanza si arrabbiano.
Così è stata la famiglia che mi ha ospitato e lo sono state anche quelle in cui sono capitati gli altri ragazzi dello scambio.
Non avrei potuto chiedere più ospitalità, tuttavia un certo scontro culturale c’è stato. Il livello di cultura media lì è piuttosto scarso: ad esempio quando mi hanno chiesto cosa sapessi della storia turca ho immediatamente citato le popolazioni assire e attite, che qui si studiano alle elementari, e loro non avevano idea di cosa stessi parlando.
O potrei parlare del fatto che la cultura della salute del corpo o la coscienza ambientale sono molto scarse. Però ribadisco, saranno i turchi forse un po’ indietro su certe cose ma sono capacissimi di amare molto uno straniero per due settimane.

E dopo questi 13 giorni in famiglia è arrivato il tempo del campo: una delle settimane della mia vita in cui mi sono divertito di più. Avendo già visitato la città con la famiglia, peraltro molto bella e varia, ci hanno portato nei posti meno turistici ma più vivi di Istanbul, oltre che nelle isole a largo della costa, magnifiche. Ma non è stato tanto questo a renderlo un campo perfetto come lo è stato: le persone che ho incontrato hanno davvero fatto la differenza, a partire dallo staff. L’ho ripetuto varie volte lì, il miglior staff che abbia mai avuto la fortuna di incontrare: simpatici, competenti, un po’ pazzi ma è quel che ci vuole. Addirittura uno di loro pratica il mio stesso sport, arrampicata, e dunque un giorno durante le due ore di tempo libero ha portato me e gli altri che volevano provare a una palestra di arrampicata, tutti hanno adorato quell’esperienza.
Oltretutto sono stati fantastici ragazzi e ragazze al campo, persone con cui ho stretto amicizie anche a migliaia di km di distanza ma che non perderò mai. Tra l’altro eravamo cinque italiani, da subito si è creata una specie di combutta fra di noi e ci siamo legati molto l’un l’altro.
Insomma, 3 settimane della mia vita in cui ho scoperto molto di me stesso e degli altri, un’esperienza che terrò nel cuore.