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Scrivere della Finlandia mi risulta parecchio difficile. È la terra che mi ha ospitato per tre settimane a cavallo del luglio e dell’agosto 2015, che mi ha accolto con le verdi foreste punteggiate dai laghi viste dall’oblò dell’aereo in atterraggio, che mi ha lasciato con la certezza che prima o poi ci tornerò. Potrei descrivere quello che ho fatto, delle due settimane in famiglia in cui i miei gentilissimi host-parents mi hanno fatto visitare tutto il visitabile, da Turku, l’estremo ovest, a un tiro di sasso dalla Svezia, al profondo est, la zona dei laghi, sul confine russo.  

 Racconterei allora delle giornate passate con il mio host-father con il quale ho stretto un rapporto più che buono, di cui vado fiero, insieme al quale ho visto Helsinki con gli occhi di un Finlandese, insieme al quale con scadenza quotidiana facevo la sauna, che mi ha raccontato le storie del suo paese, che ha avuto la pazienza di rispondere alle mie domande, di accontentare la mia curiosità sino a descrivermi quasi per intero il poema nazionale finlandese, il Kalevala. Poi le giornate con sua moglie, dalla schietta simpatia, che fin dal primo giorno ha accolto un povero italiano al suo primo scambio con il sorriso e il calore che hanno contribuito a distruggere il mio iniziale pregiudizio sui popoli nordici, la freddezza, dimostrandomi un’ospitalità a dir poco lusinghiera. Potrei ricordare delle giornate al lago, al cottage senza energia o acqua corrente, dove di notte, tornati dalla pesca, dalla sauna e dal bagno nel lago, di fronte al fuoco, abbiamo mangiato pane e burro, e bevuta l’acqua del lago stesso, tanto è pulita. Ancora, i lunghi tragitti in macchina attraverso pianure popolate solo da betulle e case isolate di legno rosso che colpiscono la retina in mezzo al profondo verde e al grigio azzurro del cielo ventoso, che cambia umore fin troppo velocemente.

Racconterei anche del periodo in campus a Espoo, in una strana situazione al confine tra la riserva naturale e la città dietro l’angolo, insieme ad altri 38 ragazzi e ragazze provenienti dal mondo intero, che mi hanno fatto sentire minuscolo tanto quanto ho sentito l’enormità dell’importanza dell’inglese, di quanto sia straordinario veder parlare persone dagli angoli opposti del globo, e vederli ridere e capirsi. Sento inoltre che dovrei far riferimento alla gratitudine che provo verso tutti quei ragazzi e i leaders finlandesi, praticamente miei coetanei, che hanno dedicato l’ultima settimana prima dell’inizio della scuola interamente a noi. Può sembrare una frase fatta da quante volte l’ho ripetuta l’ultimo giorno, ma credo profondamente a ogni singolo “sarai sempre il benvenuto in Italia, spero di rivederti presto”, detta a quelle persone di cui in aeroporto prima di partire sentivo già la mancanza. Capisco il valore delle amicizie strette intorno al mondo, poter viaggiare e sentirsi a casa. Forse è un’esagerazione, ma sento che la Terra ha perso una taglia, si è fatta più piccola, più accessibile.

Se raccontassi tutto questo non riuscirei comunque a descrivere quello che questo viaggio mi ha regalato. Posso pensare un solo modo per capirlo: farlo, intraprendere il viaggio, partire, vedere, parlare e, infine, tornato a casa, provare a raccontare.